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“Cenere” di Febo Mari: l’unica prova cinematografica di Eleonora Duse

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Cenere è un film muto italiano del 1916 diretto da Febo Mari e tratto dall’omonimo romanzo di Grazia Deledda; in esso è presente l’unica apparizione di fronte a una cinepresa della grande attrice Eleonora Duse.

La pellicola rientra a pieno nella tradizione, inaugurata nel 1905 da “La presa di Roma” di Filoteo Albertini, della “maniera grande” di fare cinema: una concezione della produzione tipica degli anni Dieci in Italia, che nella realizzazione delle pellicole coinvolgeva le arti tradizionali come pittura e letteratura, inserendole all’interno degli elementi compositivi del film come sceneggiatura e scenografia, avendo come obbiettivo quello di realizzare prodotti dall’elevato valore artistico, morale ed educativo. D’altra parte in Cenere è già evidente l’influenza del cinema americano, che porta la volontà artistica a porsi in posizione subordinata rispetto all’intenzione narrativa.

Se il montaggio elementare e la grande attenzione alla composizione dell’immagine inquadrata, così come la sua lunghezza e la sua frontalità rispetto all’azione, riportano alla mente le produzioni italiane degli anni precedenti, dall’altra parte sono presenti elementi tecnici, come alcuni piccoli movimenti di macchina, e narrativi, come l’attenzione prestata alla psicologia dei personaggi, che rendono perfettamente comprensibile la vicenda e ci permettono di appassionarci a essa.

La fonte principale di interesse è  ovviamente la “divina” Eleonora, chiamata a interpretare Rosalia, una donna che decide di abbandonare il proprio figlio in fasce per concedergli un avvenire lontano dalla propria miseria.

La sua recitazione è allo stesso tempo in linea con l’uso del tempo e innovativa: in linea perché per esprimere le emozioni si avvale di pose statiche, che spesso coinvolgono tutto il corpo, e alterna come da manuale lunghi momenti di stasi a gesti improvvisi, che portano a una nuova immobilità; innovativa perché con piccoli espedienti, tra cui riduzione al minimo indispensabile della mimica facciale, riesce a rendere la sua recitazione efficace.

La Duse evita di riproporre una pantomima prettamente teatrale, strada tentata da altre attrici teatrali alla prima prova con il cinema, ma adegua i propri movimenti alle esigenze e ai tempi del mezzo, rallentandoli e caricandoli di enfasi. Il risultato è un personaggio capace di esprimere grande drammaticità sia nel movimento che nella stasi. Per quanto, come era uso nel cinema europeo dell’epoca, la camera è sempre piuttosto lontana dai personaggi l’attrice riesce a trasmettere l’emozioni del proprio personaggio e a creare empatia nello spettatore.

Di incredibile impatto è la sequenza finale, in cui Rosalia per liberare definitivamente il figlio dalla sua presenza si toglie la vita. Nell’ultima scena, in cui il figlio sorregge la testa della madre morta, parte della critica contemporanea ha voluto vedere un rimando al dramma della prima guerra mondiale, in pieno svolgimento quando il film raggiungeva le sale: si voleva forse rivendicare una normalità del dolore – il figlio che piange la perdita della madre – invertita dal drammatico massacro di vite giovani che la guerra stava causando. Un figlio che piange la madre sullo schermo, in contrasto con le troppe madri che nella realtà erano costrette a piangere i figli.

Nonostante quella che oggi è considerata una grande prova d’attrice, e complice un cast non altrettanto di livello, il film fu un flop al botteghino e non riuscì a convincere a pieno la critica dell’epoca. Eleonora Duse non ripeté mai l’esperimento cinematografico, lasciando a questo piccolo film drammatico il compito di testimoniare quanto questa attrice dall’enorme talento avrebbe potuto contribuire alla formazione del cinema italiano.

-Davide-

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